di Pietro Consiglio
Nel corso della sua storia plurisecolare, la città di Trani più volte cercò di far valere le sue ragioni per non perdere quel ruolo di primazia nella Terra di Bari che la presenza della Sacra Regia Udienza le aveva sempre assicurato.
Le riforme introdotte durante il decennio francese, con l’istituzione delle sedi dell’Intendenza e della Provincia nella città di Bari (1806-1808) ed il successivo sostanziale mantenimento delle stesse da parte della restaurata monarchia borbonica, fecero perdere a Trani importanti uffici e funzioni di natura amministrativa e sorgere il timore di un futuro trasferimento anche dei “collegi giudiziari”, allo scopo di riunirli all’Intendenza.
Nei primissimi giorni del 1834 la voce di un imminente trasferimento a Bari delle Istituzioni Giudiziarie presenti a Trani si fece insistente ed indusse il Sindaco di quest’ultima città a scrivere la seguente lettera, indirizzata a Napoli al giurista tranese Nicola Vischi:
Al Sig.r D. Nicola Vischi
Napoli
Trani li 7 Gennajo 1834
Signore
Si è sparsa in questa Città la notizia della riunione de’ Collegi Giudiziari all’Intendenza. Questa nuova ha prodotto un allarme, ed una giusta costernazione ne’ nostri Concittadini. La posizione attuale della Comune Patria è a Lei nota bastantemente, e questa novità, ove si verificasse, porterebbe la totale distruzione della medesima.
Sicuro dello zelo, e dell’attaccamento che ha dimostrato in tutti i riscontri pel bene di questa Città, io vengo a pregarla a nome di tutta la popolazione di umiliare a S. M. il Nostro Augusto Sovrano, ed agli Eccellentissimi Ministri delle fervide suppliche, onde allontanare tanta calamità. Dotto negli affari patrii, e pieno di’ interesse pel bene pubblico, io mi astengo da qualunque dettaglio, sicuro ch’Ella è fornita di tutto a dovizia.
Riponendo in Lei tutta la fiducia, come la ripone questo pubblico, l’autorizzo a fare tutto quello che crede pel meglio di questa Città.
Il Sindaco
Paolo Casino


(collezione privata – vietata la riproduzione)
Ricevuta questa lettera, Nicola Vischi preparò una Memoria a pro della Città di Trani, il cui testo è giunto fino a noi ed è di particolare interesse per alcuni rimandi alla storia delle istituzioni giudiziarie di Trani, che ho ritenuto di evidenziare sottolineandoli, e che sono in coerenza con la più ampia trattazione in questo stesso sito (cfr: Costanza Manzi, Storia antica dei Tribunali in Trani):


(collezione privata – vietata la riproduzione)
Una voce ripetuta dall’uno all’altro confine del regno annunziava essenziali innovazioni intorno alla residenza dei Collegi Giudiziarii, ed a questa voce Chieti, Lanciano, Caserta, Santamaria, Lucera, Foggia, Catanzaro, e Monteleone levavansi tutte a romore, e venivano ai piedi del Re le une a provocare, le altre a far prieghi, perché non seguissero tali innovazioni. Sede dei Tribunali da tempo immemorabile, debitrice del suo lustro a tal residenza Trani con più ragione si è mossa anch’essa per umiliare ai piedi del Trono le sue ragioni. Ella quindi sommessamente le appresenta al suo Re perché Egli le conosca, perché i suoi dritti, e le sue preminenze sulla Città di Bari, che altra volta se le avrebbe voluto preporre sian chiari innanzi al Reale cospetto, e perché ove mai piacesse a Ferdinando 2.do in qualsiasi tempo volger la mente a tali cose, non dovesse Sani temere che la Giustizia di un Re saggio potesse essere tratta in errore da falsi argomenti, o da relazioni non vere.
Conservare, ed accrescere la felicità del suo Regno è senza dubbio la mente, ed il pensiero predominante di un Re giusto. È il primo un dovere senza di che dice il nostro Filangieri non può un Sovrano aspirare al titolo di buono, è l’adempimento del secondo che gli procaccia il titolo di virtuoso. Al nostro Re la cui cura non è che di modellarsi negli esempj dei migliori quali pregi più efficaci potremmo noi porgere che quelle di voler ben provvedere, che una Città popolosa, e fiorente non sia condotta a ruina, e che una provincia intera risorga a migliori speranze, ed a vita più brillante coll’ajuto del potente suo braccio?
Mostreremo quindi i danni che ricadrebbero sopra Trani se la residenza dei tribunali dovesse di là tramutarsi, e come contrario ad ogni giustizia, ed ogni ragione sarebbe tale tramutamento.
Mostreremo dappoi quali innovazioni potrebbero nella Provincia di Bari operarsi, e quali i vantaggi che ne proverebbero, le quali cose umilmente annunziate come nostri desiderj, e nostre speranze, ma dimostrate all’evidenza con sode ragioni, non potranno non interessare il cuore di colui, che solo alla felicità dei suoi soggetti ha consacrato le sue cure.
Se ci facciamo a consultare le storie una serie non interrotta rinverremo di argomenti che ci porteranno a conchiudere che quasi il giudizio dei secoli rende irrevocabile la primazia della Città di Trani.
E rimontando di fatti all’epoche più remote noi vedremo Trani scelta a sede del Camerario di Puglia, e del suo Collegio dei Giudici, e far colà sua dimora il gran Giustiziere di quella regione, locché richiamò spesso in quella terra il Re Carlo d’Angiò donde non di rado dettava i suoi Capitoli, e cedute poi le coste marittime della Peucezia in pegno a Veneziani esser Trani scelta residenza del magistrato Veneziano, cui la repubblica avea commesso il governo di queste coste. E proseguendo il cammin delle Storie vedremo nel 1443 fatta la divisione di tutto il regno in quattro Provincie da Alfonso di Aragona sublimata Trani a Capitale di una di esse, e poscia nei principj del 16.° secolo libera finalmente dalla soggezione dei Veneziani accordarsi a questa Città che fosse sede non solo del Preside, ossia Governatore Generale politico Civile, e militare della Provincia, ma del Tribunale ancora giudiziario, cui la presenza del Sovrano avea già dato il nome di Sacra Regia udienza. Così tutte riunite a Trani le autorità, ed i Poteri Giudiziarj, politici amministrativi, e militari, fu fin d’allora salutata essa col titolo di prima tra le Città della Peucezia, titolo, che né il tempo, né le sventure poterono toglierle giammai.
Educata intanto a tale onorevole primazia la Città di Trani, e ristrettissima nella estensione del suo territorio per le popolose Città in quello edificate dal Normanno Conte Pietro, non si rivolse ad altre occupazioni, che a quelle cui la presenza di tali funzionarj la spingeva. E quindi fin da tempo immemorabile i suoi costumi seguirono le sue abitudini, fu obliata l’agricoltura, e la pastorizia per la quale mancavano i campi, fu trascurato il Commercio come periglioso a chi poteva per altra via provvedere ai suoi bisogni, fioriron solo le lettere, le scienze, e tutte quelle Arti, che in Città dedita agli studj, ed alle discussioni legali ed amministrative si appartengono.
La gioventù Tranese priva di ogni altra risorsa, e tratta quasi dalla forza dell’esempio o consecrandosi al foro, o agli ufficj, o aspirando alle toghe magistrali, o a gradi diversi degl’impieghi fu semenzaio non di altro che di magistrati, avvocati, e pubblici officiali, e seguendo la plebe l’impulso delle classi migliori, abbandonando le vanghe, e gli aratri, né più affidandosi al mare, sol nelle arti meccaniche, e nel mercanteggiare addestrandosi, o in sollecitare le faccende altrui, o in apprestare oggetti, e commodi di lusso, o in dando spaccio alle merci di ogni sorte, di cui la moltiplicità della gente, che il trattar degli affari colà richiamava, gran copia richiedeva vedessi ben presto anch’essa occupata. Concorsero allora colà in gran numero i forastieri che nei Tribunali, o nelle officine avevano a sollecitare, gente cui nell’altr’oggetto che quello legava alla Terra di Trani, e per dare a questi ricovero sorsero allora case e palagi innumerevoli, ed una terra i cui campi bastavano appena a pochi migliaja di uomini si vide così popolosa di molte migliaja. E poiché distinti personaggi della Capitale spesso avveniva, che colà a cagione dei Tribunali si recassero, e tutti quasi i più doviziosi della Provincia colà convenissero grande divenne il consumo degli oggetti di lusso, e crebbe sempre più la massa degli operaj, e magnifiche locande, ed alberghi, ed innumerevoli Carrozze, e lussuosi caffè, ed un maestoso Teatro, ed una deliziosa villa tutte a mano a mano vennero decorando la Città.
È questo il quadro che Trani ora presenta. Furon questi i principj, e son questi i sostegni della sua floridezza. Che ne sarebbe di lei se cangiar si dovesse quest’ ordine di cose?
Tolti a Trani i Tribunali il Decreto di tramutamento sarebbe decreto di esilio, e di emigrazione per forensi, per gli avvocati, pei giovani studiosi, per gli Officiali addetti ai Collegi, e per la immensa caterva di coloro che sono addetti ai più bassi uffici dei Tribunali. E non è questa tutta intera la popolazione di Trani? Ma anche dippiù. E tutti coloro, che o gli affari, o il desiderio di curiosare colà richiamavano dai diversi punti della Provincia, e del Regno, il cui danaro veniva colà a versarsi, la cui presenza veniva a crescer lustro a Trani seguirebbero senza dubbio i Tribunali, ed a che rimarrebbero gli artigiani, e a che i mercatanti, a che i professori in una Città deserta di cui volesse avvalersi dell’opera loro? Quei pochi naturali del luogo, e proprietarj dei campi trasceglierebbero ben altra vita, che quella del lusso che abbisogna di spettatori, e dell’opulenza che abbisogna di emulatori. Tolta ogni necessità di Commercio fra Trani, e le altre Città della Provincia inutili rimarrebbonsi e le locande, e gli alberghi, e le tante trattorie, ed i ridotti infiniti e la villa, ed il Teatro, che ora son si fiorenti, e le vetture, e le carrozze rimarrebbonsi inoperose, e le case spopolate e deserte, ed i capitali in quelle impiegate annientati del tutto, e l’imposizione fondiaria diminuita a danno del Governo, ed i magnifici palagi privi di abitatori convertiti ben presto in un mucchio di pietre, e la città squallida, e melanconica, e la povertà, e la miseria errante per tutto, e gl’infelici non avvezzi al travaglio perir della fame, o seguir ancor essi le colonie una volta Tunesi, e dividersi, ed infestare i convicini paesi.
Né questo è già un volo di fantasia, che a chiunque rettamente giudica delle cose non può cader dubbio sulla verità di quanto noi esponemmo. E ad arrecarne una pruova di fatto suppongasi per poco, che una disposizione legislativa tramuti da Napoli in altro luogo i Tribunali, quali ne sarebbero gli effetti? Basta per giudicarli volgere il piede per poco al Castel Capuano, veder quale immensa folla di gente si aggira tra quelle sale traendo il vitto dalle discettazioni giudiziali, basta agirarsi per quei quartieri convicini senza rinvenirsi d’intorno che causidici magistrati, e sollecitatori, e subalterni delle officine, basta riguardare come la gioventù presso che tutta ha legato i suoi destini a quelli dei Tribunali, basta infine prender tra le mani le Statistiche della Città di Napoli per vedere siccome traslocati i Tribunali presso che un terzo della città sarebbe costretto a seguirli, e seguirli tra questi la più gran parte della gioventù, che è il decoro delle Città, come molte migliaja di gente rimarrebbersi inoperosa, come interi rioni della Città rimarrebbonsi squallidi e deserti, come tal diminuzione di gente arrecherebbe tantosto un visibile disquilibrio in tutt’ i rami di arte di economia di Commercio, e di Amministrazione. Ma noi parliamo di Napoli, ove è la presenza della Corte, e la sede dei ministeri, ed il centro di tutte le amministrazioni, e la residenza delle più doviziose famiglie del Regno, ed un commercio attivissimo offrono agli abitanti mille occupazioni diverse dai Tribunali. Ma Trani che non è Città se non per quelli. Trani che sol da quelli riconosce la vita, ed il lustro, onde risplende come non dovrebbe ricadere nello Stato più compassionevole come non dovrebbe temere in una irreparabile rovina, se anche Napoli risentirebbe effetti funesti da una simile sventura.
Noi tracciammo il quadro, e lo stato infelice della Città di Trani e credemmo tracciarlo veridico, perché basato su i fatti, ed inevitabile, perché figlio dell’esperienza; che le abitudini dei popoli non si cangiano a momenti, ed il nuovo ordinamento di una Città non può operarsi che coi secoli, ed il disorganizzamento di un corpo florido, e ben ordinato non può esser che fonte di miseria e di squallore.
Questo quadro è che si presenta agli occhi del Sovrano. Egli che è sì buono, Egli che si porge sì tenero al bene dei suoi sudditi sentir potrebbe la totale distruzione della Città a lui devotissima di Trani? In un’epoca felice in cui una voce di perdono partita dal Trono ha coperto di oblio le triste rimembranze dei mali, onde lo spirito di parte avea per sì lunga stagione cosparse queste belle contrade sarebbe delitto, il riandare su quelle memorie, ma trattando però la causa della Città di Trani ci sia solo permesso di rammentare al nostro augustissimo Monarca che fu Trani quella stessa che nella inondazione delle nazioni straniere, osò solo farsi inciampo agli occupatori, ed innalzare in mezzo alla ribellione il vessillo della legittima Dinastia, e difenderlo col suo sangue nel 1799. Epoca di felice ricordanza per ogni abitatore di quella terra, come quella che farà sempre fede nelle storie della devozione di quel popolo pel suo Re, ma che fu funesta sorgente d’infiniti mali ch’ebbe Trani a soffrire in quel tempo, e di cui patisce ancora le conseguenze.
Venuto in effetti poco dopo il Regno in potere dei Francesi tutto fu messo in opera per umiliar Trani. Fu allora quindi che toltale quella primazia, e quei dritti che il possesso di tanti secoli aveva resi sacri fu la residenza degl’Intendenti trasportata a Bari, fu allora che cominciarono anche a spargersi i semi di innovazioni anche maggiori vociferandosi che i Tribunali avessero dovuto anche a Bari tramutarsi, e tutto questo spirito di livore, tutta questa vendetta ingiustissima, ma che fa l’elogio di Trani per la cagione che l’aveva mossa, fu colorito sotto le viste di pubblica utilità, asserendosi esser Bari più centrale che Trani, e per conseguenza più meritevole di essere il centro di tutte le autorità provinciali, comunque lo stesso occupatore convinto delle ragioni di Trani avesse ed Intendenza, e Tribunali accordato col Decreto dei 26 Settembre 1808 decreto non pertanto di cui i Baresi procurarono la revocazione a di’ 7 Novembre del detto anno.
Quanto però queste vedute di centralità, di cui mostrammo la nequiziosa sorgente sien false nel fatto, noi ci adopereremo brievemente a dimostrarlo. Questa dimostrazione formerà la seconda parte del nostro breve lavoro, e se vi riusciremo, avremo ben ragione di augurarci che la giustizia del Re penetrato delle ragioni di Trani, anziché volger la mente a privarla di un vantaggio che ha sempre posseduto, e che importa al bene dell’amministrazione della giustizia che possegga, voglia ancora restituirle quello che ingiustamente le si tolse in pena di aver essa compiuto al più sacro dei doveri.
II.
Se per poco si volge lo sguardo sulla posizione topografica del regno questo principio di centralità, che vorrebbesi all’oggetto far campeggiare svanisce del tutto. Teramo, e Chieti; Salerno, e Cosenza; non sono forse poste sui confini delle Provincie onde son capoluoghi? E chi mai osò levar voce che come eccentriche dovessero cangiarsi? Caserta e Reggio, ed Avellino, furon non ha guari destinate a Capitali dal Governo delle tre provincie cui appartengono si volga uno sguardo alla centralità territoriale di esse svanirà ogni dubbio se si vedrà distar Reggio per circa 10 miglia dall’un confine della Provincia, e per circa 70 dall’altro, star Avellino presso che sulla linea divisionale della sua dalla Provincia di Napoli e Caserta esser quasi la porta della stessa Provincia di Terra di Lavoro. Or v’è dunque e nel fatto, e nelle disposizioni del legislatore questa pretesa centralità? Essa non esiste nelle antiche, non fu nelle mire del Governo nello stabilire le nuove Capitali. Sarebbe Egli possibile che dovesse aver luogo per compiere la rovina di Trani? Di Trani che messa in una Provincia piana vidente congiunta col mezzo di bellissime strade con tutt’ i paesi, con cui è in commercio, non divisa da alcuno per fiume, per Monti, o per laghi offre meno il bisogno di quella centralità territoriale, cui ove volesse ricorrersi sarebbe senza dubbio necessario il farlo ben in altre Provincie tutte dirupate e montuose, in cui i geli li ghiacci, le nevi, la mancanza delle strade spesso rende impossibile la comunicazione sociale.
Ma questa pretesa centralità nel linguaggio di politica economia non val certo posizione matematicamente, e topograficamente centrale. Essa è piuttosto una voce di convenzione, ma subordinata alle relazioni di Statistica di amministrazione, e di Communicazione. Essa è intimamente legata alle abitudini alla facilitazione, ed ai comodi del Commercio essa infine non è un ente speculativo ma pratico. Appariscono ben in diverso aspetto dice uno scrittore di gran nome agli occhi di chi governa le brevi, ma fertili e popolose contrade della Grecia, che non gli aridi benché immensi deserti della Libia, ed era di maggior peso agli occhi del conquistatore Macedone la presa di Tiro, che non la conquista di tutt’ i villaggi dell’Asia.
Posta Trani sulle coste dell’Adriatico bagnata dal mare per un lato, e quasi assisa dall’altro sulle più belle pianure di Puglia, che son quelle stesse su cui Annibale avea fiaccato il valor dei Romani e tredici Italiani avean prostrato la superbia degli stranieri, vedesi circondata quasi in cerchio, dalle più belle dalle più floride, e popolose Città Peucezie. Torreggia dalla parte di occidente, ed alla distanza di appena sei miglia Barletta popolata di 20 mila anime e più in là Canosa che ne conta sedicimila alla stessa distanza della prima, ed Andria che ne numera più che ventimila, ed alquanto più verso il sud ovest vedesi Corato, e poi Ruvo, e poi Terlizzi città tutte rinomatissime nella Storia, e contenenti ognuna non meno di sedici in diciottomila anime, e ritornando sulla linea del mare, le si stende vicino alla distanza di quattro miglia Bisceglia dopo altre cinque. Molfetta e Giovinazzo dopo altre tre, città fiorite pel Commercio adorne di porti e Teatri, ed abitate da quindicimila, 18 mila, e 7 mila anime. Belle e ridenti strade congiungono questi paesi, campagne floride e ridenti le corteggiano da per tutto, e dir potresti tutte non formar che una sola Città tanto è facile e gradito il correr dall’una all’altra, e tanto son fratellevoli i costumi di quei cittadini. E Trani dir potresti emporio di tutte, e quasi regina tra le sue vassalle tutte chiamare, ed accoglier cortesemente compagne alle sue feste, ed anche ai suoi quotidiani diporti. In men che un’ora da Bisceglia, da Barletta, da Andria, da Corato si viene a Trani, e quindi in Trani sempre gran folla si vede di Coratini, di Andriani, di Barlettani, di Biscegliesi. E di essi pieno il Teatro, e di essi pieni i ridotti, e le feste ed i balli, ed i ritrovi, e le carrozze di quelli frammiste alle tranesi godon dei Baccani Carnevaleschi per le strade di Trani, tal che tutti Borghi di Trani dir si possono quelle città, e coacervate le popolazioni di tutte che montano a circa cento quindicimila anime tutti Tranesi dir si potrebbero.
Bari al contrario di quali città è circondata? Se ne togli Bitonto (Città di diciottomila anime, che dista non men che nove miglia, non è Bari attorniato che di picciole borgate, e di meschini villaggi, i cui abitanti tutti dediti alla sola coltivazione dei campi sfuggono quasi all’occhio osservatore del politico economista, tal che se per poco istituir si volesse un calcolo di popolazione tra Trani e Bari comprendendo l’ambito circolare per entrambe di miglia undici noi troveremmo che Bari non potrebbe contare che settantanove mila anime (e per la dimostrazione di questi fatti si osservi per poco lo statino che si alliga alla presente memoria) mentre Trani ne conterebbe centoquindicimila e tutte rinchiuse in città magnifiche, e ben ordinate fornite, e di educandati per giovinetti, e di pubblici Stabilimenti, e di onorevoli guarnigioni, e di Teatri, e di fiere, e di commercio, che reclamano l’attenzione del Governo più che pochi villici rinchiusi in meschini tuguri distinti non per altro che per una campana che li chiama alla preghiera, ed un pievano che loro insegna i dogmi della morale. E tali sono Canneto, Loseto, Montrone, Sannicandro Valenzano, Capurso, Carbonara, Ceglie, Cellamare, Triggiano, Rutigliano, Noja, Palo, Betetto, Bitritto, Modugno, che circondano Bari. É dunque per Bari o per Trani la pretesa centralità? E questo ove la maestà del Re nostro non volesse por mano ad altre innovazioni certo più utili. Che se volesse egli per poco riguardare siccome tutto quasi il distretto di Melfi appartenente alla Provincia di Basilicata è da quello interamente diviso da una emanazione degli appennini e diviso ancora dall’indole, dalle abitudini, dalle costumanze dell’intutto conformi a quelle di Puglia, e come gli abitanti di quel distretto non avendo alcun commercio col resto della loro provincia a Barletta recano le loro derrate, e quivi fan centro di traffico e di negoziazioni certo non esiterebbe ad aggregare alla Provincia di Bari quel distretto, ed allora anco la centralità materiale, e topografica per Trani sarebbe avverata. Ma non è certo nostro avviso offrir progetti di riforme al Governo. Noi non annunziamo che un nostro desiderio, e ritorniamo quindi all’oggetto che ci occupa. Intorno al quale soggiungeremo, che non quelle esposte solamente sono le differenze che intercedono tra la posizione statistica di Trani, e di Bari: avvene altre ancora, e non meno interessanti.
Bari fiorentissima nel commercio, e popolosa già troppo ove riceverebbe i Tribunali, e le colonie dei tranesi, e degli Stranieri, che seguirebbero la sorte di quelli? Ci si additi un solo dei luoghi pubblici, ove si vorrebbero stanziare gli uffici giudiciarj, ove i magistrati tener dovrebbero ragione. Ci si additi qual parte della Città ceder vorrebbero i cittadini allo stuolo immenso dei novelli abitatori, che colà converrebbero a questa nuova Città, che colà quasi tutta intera dovrebbe tramutarsi.
In Trani tutti sono commodamente allogati i Tribunali in appositi e decorosi edificj, oltre ai quali sarebbero ancora tuttavia disponibili, e piu’ della metà del Convento dei Padri Carmelitani, di cui solo una parte occupa la Camera Notariale colle sue officine, e due altri grandi Edificj presso a quello ove siede ora il Tribunale Civile son vuoti del tutto, e deserto resterà tra poco il gran palagio, una volta del Preside della Provincia, ed il grandioso convento dei Padri Agostiniani, or che le prigioni centrali, ed il carcere correzionale di là passeranno per disposizioni superiori nel Castello.
Quali locali avrebbero i Baresi da opporre ai già enumerati. Che se Trani dovesse esser sì fortunata da vedersi restituita la sede dell’Intendenza, avrebbe ella il sontuosissimo palagio detto di Palumbo, che controbilancia non solo, ma vince in magnificenza quello dell’Intendente in Bari, palagio che acquistar potrebbesi con soli ducati 18 mila, e che onorato nel 1797 dalla presenza di S. M. Ferdinando 1°. e della Sua Real Consorte Maria Carolina fu fin da quell’epoca progettato di comprarsi di conto della Real Corte per servire come centro di residenza del monarca quando volesse aggirarsi per le provincie.
Ove la verità dei fatti non voglia alterarsi, i Baresi non potrebbero altrimenti rispondere a questa interrogazione, se non con la determinazione di edificare un nuovo Bari opera facile sì nelle parole, e che un Re giusto non potrà autorizzare giammai, tostocché una Città nuova sorger dovrebbe per distruggere ed annientare un’antica fiorente benemerita del Governo, e desiderata da ogni uomo che bevé quell’aura salutare.
E qui parlino per noi tutti quei magistrati che dopo varie peregrinazioni per le Provincie tutte del Regno giunti a Trani si credon beati di rimanervi, parlino gli abitanti tutti della Provincia che da secoli accostumati a venire a Trani a veder decise le loro discussioni, mai una voce innalzarono di querela, perché i Tribunali colà risiedessero, pongansi infine in confronto quella varietà di campagne, quella vicinanza di belle città, quello spirito sociale e gajo, quel dono della natura di sorgente di acque salutari, quel cielo puro, e ridente, pregi tutti di cui Trani presenta il complesso, colla monotonia che spirano i dintorni di Bari, con quello spirito interessato di lucro, e di egoismo proprio di tutt’ i paesi commercianti, che traspare negli abitanti, con quell’aere umido, e spesso micidiale, che vi si respira, ed il Sovrano egli stesso che visitò cortesemente quei luoghi che ocularmente conosce la posizione le adjacenze le abitudini di Bari, e di Trani, decida egli stesso se convenga spogliar la seconda per renderla infelice di un bene ereditario, e che sarebbe mal collocato, e quasi gravoso alla prima.
Ma e non è una stoltezza di credere, che senza ragioni anzi in contradizione della ragione voglia un Governo illuminato, voglia un Re giusto derogare ad una legge che sacra per se è divenuta più sacra nell’interesse dei Cittadini che si sono nella sua immutabilità affidati. Era un Re che aveva stabilmente decretato dover esser Trani la residenza dei tribunali; ed i cittadini tranesi fidati alla guarentigia di tal legge tutti sacrificarono il loro privati vantaggi, e le loro risorse perché il Re non dovesse pentirsi di tal sua determinazione. E migliorate le strade, e riattato il Teatro, e piantata una villa, e fabbricati infiniti edificj, e moltiplicati comodi di vita e di lusso, vidersi allora in Trani, e tutto a spese dei Cittadini, non come a Bari, ove si adoperarono, e si adoperano le sovvenzioni della Provincia per migliorare la Città. Dovrebbero dopo questo i Tranesi veder inutilizzati i loro sacrificj, pagar colla miseria la pena di essersi affidati ad una legge scritta?
No il Re che ne governa è troppo giusto, perché debba Trani dubitare della sua causa.
Ricordevole Egli delle ragioni che assistono questa Città della sua fedeltà verso il Trono, e delle graziose promesse espresse dalla Maestà di Ferdinando 1° ai Tranesi in una lettera loro diretta nel 1802 non vorrà sicuramente che coadjuvare alla felicità di questa parte dei suoi popoli, anzicché segnarne la rovina. Che anzi (e sia questo una testimonianza, che non la gelosia, o l’invidia contro i Baresi, ma la coscienza delle nostre ragioni anima le nostre voci) noi ci auguriamo, che volendo la Maestà Sua spander sopra Bari ancora la sua munificenza avuto riguardo alla sua posizione, ed all’indole degli abitanti tutta dedita al traffico, voglia col suo braccio potente dare un più vivo impulso al suo Commercio, così vieppiù fiorente sarà quella vena, e nella Peucezia sarà rinnovato l’esempio della Provenza dove Marsiglia, e Tolone vegonsi floride, e doviziose ugualmente l’una pel traffico dei mercadanti, l’altro per la sede dell’amministrazione giudiciaria e militare.
E queste certo sarebbero le preci che porger dovrebbero al Re nostro Signore coloro, che veramente al bene si studiano provvedere della Città di Bari, e queste sarebbero le misure che provocar dovrebbe il Consiglio Provinciale, il quale bene spesso perché in quella terra raccolto e sotto l’immediato influsso di quelle autorità, e di quei Cittadini si fa più dalle voglie inconsiderate di quelli trascinare che dal vero bene, e dall’utile reale della Città, e della Provincia.


(collezione privata – vietata la riproduzione)
Avv. Pietro Consiglio